Public art and an audience for art
La storia degli ultimi quarant’anni circa dell’arte pubblica – quando è uscita dalla galleria; come ha acquisito rilevanza sociale, usabilità e leggibilità; poiché ha acquisito specificità del sito – è in parte la ricerca dell’arte contemporanea per un pubblico d’arte più ampio in primo luogo. L’arte nell’ultimo secolo è sembrata destinata a reclutare solo un pubblico specializzato in diminuzione, un pubblico minuscolo ma reale e informato che conosce, comprende e gode sinceramente dei risultati della nuova arte, in un mondo sempre più massificato. In breve, l’arte è rimasta per molti versi irrimediabilmente obsoleta nell’equazione utente/produttore, funzionando ancora più o meno negli stessi termini di decenni fa. Si occupa di momenti e idee di creazione artistica unici ancora generati, in generale, da singoli individui (i collettivi d’arte, da Group Material a At Club 2000 a N55, rimangono l’eccezione) piuttosto che da società. I multipli e altri oggetti d’arte massicciabili non hanno ottenuto nulla di simile al tipo di ampio accesso del pubblico, per esempio, all’industria musicale, anche con il suo recente spostamento su Internet. Come può dunque sopravvivere l’arte, se non come una pittoresca reliquia di una scala passata, in un mondo di consumatori di massa guidato dalle multinazionali, dalla mentalità globale? L’arte commercia sul contatto diretto in un mondo dove il contatto virtuale è la regola; l’arte prospera sulle relazioni dirette produttore/intermediario/utente (l’artista/il curatore o il gallerista/il pubblico o il collezionista), spesso efficaci solo quando si creano relazioni personali di lunga data, in un mondo di e-commerce impersonale che si estende verso angoli lontani e invisibili del globo. Parla in un linguaggio sottile e non letterale in un mondo che premia l’alta comunicazione e la chiara leggibilità. L’arte è davvero così arretrata, così fuori dal tempo?
Gilda Williams from the Arte all'Arte V catalogue, 2000
Public Art
In recent years, especially in the United States, the debate about so-called public art and what kind of art should be exhibited in spaces shared by all has intensified. There, an art object is offered to an audience that has not necessarily requested this encounter and probably does not even want it. It is an audience composed of people who have not paid for a ticket, nor have they intentionally gone looking for art since they have not gone to a designated space such as a gallery or museum. This is why we have often reasoned on how to prevent the work from imposing itself on the space and above all on the context, instead performing its task of interacting and collaborating with it. Also because, unfortunately, it is often the case that works and interventions in public space are conceived and realised by artists within their own studios without any relationship with the territory that hosts them.
To realise how real this danger is, it is enough to turn our attention to the vast majority of monuments and interventions carried out in this century, all over Italy. An enormous heritage of sculptures that has no relationship with the people, who naturally reject it or, at the very least, ignore it. This situation becomes even more difficult to accept if one compares it with our art history, with what one sees in the many Italian art cities, especially the smaller ones. In these places, every artistic object (fresco, sculpture or building), even those created to be placed in an 'internal' or 'private' place, performs a public activity, is a direct means of communication, speaks to people, uses shared symbols and tells stories that are part of the common, religious or political heritage. Of course, these are stories commissioned by the strong powers of the time: the church, the king and the aristocracy, the upper middle class, but the centrality of the relationship with the place and the people who inhabit it is absolutely clear. If one traverses the cities involved in Arte all'arte, one cannot fail to notice that the interpenetration between art and public space is absolutely real, concrete, and it is a relationship that also seeks harmony with the surrounding landscape. One receives a similar feeling when observing architecture. This too has achieved complete harmony with the spirit and dimensions of the place, also thanks to a skilful use of local materials, its natural colours therefore. Buildings that harmonise ìnaturallyî with the concrete characteristics of the place.
Roberto Pinto, from the Arte all'Arte V catalogue, 2000
From the 2005 Arte all'Arte X catalogue
Dear Diary,
I have never felt a great desire to keep a diary (which perhaps says something about my enthusiasm for writing). And having to contribute to this collective writing effort five years after Gilda and I curated it in San Gimignano is problematic for several reasons.
Problema numero uno: non voglio cadere nella trappola di frasi come: “Ti ricordi…?”, “Era meraviglioso quando…”, o, peggio ancora, “Ai miei tempi…”, “Le cose non sono più come una volta”. Basta così!
Secondo problema: è difficile descrivere eventi accaduti tempo fa senza scadere in sentimentalismi e retorica, esattamente l’opposto dello stile “scientifico” (o almeno presunto tale) a cui aspiro quando scrivo.
Detto questo, ci sono immagini che ricordo perfettamente…
The first time Sislej came to visit the cities, and after proposing the fifth or sixth project (all great), we told him to stop! We could not contain the flood of ideas, possibilities and observations he brought with him. Eventually we managed to exhibit three (I think that's a record).
Kendell, che ci prese completamente alla sprovvista chiedendo di rifare il David di Michelangelo in polistirolo (una sorta di souvenir da fast food?). In realtà ne voleva due copie, per sottolineare che viviamo nell’era della riproducibilità meccanica. La cosa straordinaria è che quei due David (basati su riproduzioni e non sull’originale) erano la cosa più brutta (e quindi perfetta!) che si potesse immaginare, uno shock per tutti gli amanti dell’arte.
Martin, che sovvertì sottilmente le nostre aspettative proponendo un’opera impalpabile, fatta interamente di suoni. Ricordo ancora le espressioni di Lorenzo, Mario e Maurizio, chiaramente preoccupati: “Come spiegheremo al sindaco che un concerto di campane è arte?”.
Alberto, che si trovò subito a suo agio, parlando con la gente, andando al bar, ascoltando, facendo domande e informandosi. Amicizia, relazioni, lo spirito del luogo… cose facili da teorizzare ma difficili da mettere in pratica… tranne che per Alberto. “Un restauro più che un’opera?” Anche questo sarebbe stato difficile da spiegare al sindaco, ma più accettabile (lo si leggeva chiaramente negli occhi del nostro trio): “Alla fine penserà che sono soldi ben spesi…”.
Tania, che conquistò la fortezza di Poggibonsi con la sua miscela di fragilità e straordinaria potenza. Una performance e un’installazione, un viaggio alla ricerca del passato e dentro il nostro inconscio. Qualcosa da vedere e da vivere… Tania, con la sua combinazione di evocazione e politica.
Wim, che diede piena espressione alla sua perfezione e al suo gusto per il paradosso con un’installazione di salumi e insaccati locali. Ricordo i volti delle persone che entrarono senza saperlo in quella piccola stanza dentro una chiesa affascinante della Toscana, accolti più dall’odore che dalle immagini…
E infine Jacqui e Geoff, con il loro spazio di accoglienza, ma soprattutto la folle idea di immergere un quadro nella vecchia cisterna (e tutti gli esperimenti per stabilizzare i colori)… e la ricerca di una grande botte di vino per girare un video ambientato nella campagna di San Gimignano.
More images:
Carolina, an invisible but omnipresent spirit of Art to Art. I wondered if we would ever have achieved anything without her (and the answer was always no).
Mario, che aggiungeva sempre una “s” alla fine delle parole credendo di parlare spagnolo quando parlava con Tania… che poi mi chiedeva di tradurre in inglese ciò che aveva detto.
Maurizio, tireless, always with a smile and ready to help.
Lorenzo, with his pragmatic efficiency and common sense.
Gilda, ovviamente. Una delle poche persone con cui, nonostante anni passati a condividere un ufficio (e i problemi quotidiani di una rivista), ho ancora voglia di lavorare e che sono felice di rivedere…
Tutto lo staff di Arte all’Arte e della galleria (che, nei momenti cruciali, ha dato tutto per la mostra)… persone straordinarie.
E infine la festa finale… Mario che balla? Imperdibile… Spero che qualcuno lo abbia filmato.
Roberto Pinto